Lewis Mumford
Quante brutture si vedono percorrendo una qualsiasi statale di collegamento tra due città.
Villette con tanto di colonnine e sette nani, villaggi di casette a schiera con portici archetti e tutti quegli elementi del repertorio "disneiano" che piace tanto alla famigliola medio borghese e che fa tanto ruruale!
Ma non è finita, perchè il campionario degli orrori include anche capannoni prefabbricati con uffici amministrativi dotati di vetri specchianti facenti risaltare gli elementi piramidali o trapezoidali, scatoloni in cemento con applicate insegne publicizzanti il contenuto, vecchie cascine decadenti che sembran ormai soffocate dalle nuove costruzioni, e ancora villette, casette a schiera e poi come per magia grossi vuoti adibiti a parcheggio per ipermercati facenti parte della categoria scatolone addobbato.

Quelo che si prova percorrendo in auto una di queste statali è confusione mista ad estraniamento; non si è più certi del posto in cui ci si trova perchè standarizzato e reso uguale a molti altri, impersonale, privo di una propria identità.
Un luogo qualunque per gente qualunque! Marionette guidate da fili dentro ad una scena che si ripete uguale a se stessa su tutto il territorio italiano.
L'Italia era bella, ricca di paesaggi e manufatti invidiabili in tutto il mondo: era, non lo è più!
Sta diventando la patria del qualunquismo e i nostri paesaggi ne risentono profondamente.
Si è parlato di città estesa, di città diffusa, ma secondo me nessuno di questi termini riesce a definire queste realtà, poichè non è di una reale espansione urbana che si può parlare.
Nel testo ononimo Giuseppe Barbieri le chiama "Metropoli piccole" e ne spiga il senso:
"Sono semmai metropoli piccole: parti di un territorio costantemente "misurato" dal paesaggio e dalle sue variazioni"
L'organizzazione spaziale è basata sui sistemi della mobilità e i confini sono definiti dal tempo di percorrenza "un'ora forse".
Non esistono spazi di relazione, non esistono nemmeno tutti quegli elementi di urbanizzazione che rendono un luogo vivibile. L'auto è l'elemento indispensabile per relazionarsi con questi territori anonimi.
“Il luogo … ha tre caratteristiche: è identitario e cioè tale da contrassegnare l’identità di chi ci abita; è relazionale nel senso che individua i rapporti reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza; è storico perchè rammenta all’ individuo le proprie radici.”
Villette con tanto di colonnine e sette nani, villaggi di casette a schiera con portici archetti e tutti quegli elementi del repertorio "disneiano" che piace tanto alla famigliola medio borghese e che fa tanto ruruale!
Ma non è finita, perchè il campionario degli orrori include anche capannoni prefabbricati con uffici amministrativi dotati di vetri specchianti facenti risaltare gli elementi piramidali o trapezoidali, scatoloni in cemento con applicate insegne publicizzanti il contenuto, vecchie cascine decadenti che sembran ormai soffocate dalle nuove costruzioni, e ancora villette, casette a schiera e poi come per magia grossi vuoti adibiti a parcheggio per ipermercati facenti parte della categoria scatolone addobbato.

Quelo che si prova percorrendo in auto una di queste statali è confusione mista ad estraniamento; non si è più certi del posto in cui ci si trova perchè standarizzato e reso uguale a molti altri, impersonale, privo di una propria identità.
Un luogo qualunque per gente qualunque! Marionette guidate da fili dentro ad una scena che si ripete uguale a se stessa su tutto il territorio italiano.
L'Italia era bella, ricca di paesaggi e manufatti invidiabili in tutto il mondo: era, non lo è più!
Sta diventando la patria del qualunquismo e i nostri paesaggi ne risentono profondamente.
Si è parlato di città estesa, di città diffusa, ma secondo me nessuno di questi termini riesce a definire queste realtà, poichè non è di una reale espansione urbana che si può parlare.
Nel testo ononimo Giuseppe Barbieri le chiama "Metropoli piccole" e ne spiga il senso:
"Sono semmai metropoli piccole: parti di un territorio costantemente "misurato" dal paesaggio e dalle sue variazioni"
L'organizzazione spaziale è basata sui sistemi della mobilità e i confini sono definiti dal tempo di percorrenza "un'ora forse".
Non esistono spazi di relazione, non esistono nemmeno tutti quegli elementi di urbanizzazione che rendono un luogo vivibile. L'auto è l'elemento indispensabile per relazionarsi con questi territori anonimi.
“Il luogo … ha tre caratteristiche: è identitario e cioè tale da contrassegnare l’identità di chi ci abita; è relazionale nel senso che individua i rapporti reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza; è storico perchè rammenta all’ individuo le proprie radici.”
Marc Augè
Nemmeno una di queste caratteristiche è presente in questi "non luoghi", la standarizzazione è il cavallo vincente e l'individualismo regna sovrano.
Sogni di democrazia rappresentati da colonnine, nani, archetti e giardini con tanto di barbeque.
Copie di quella illusione americana della "Happy Family" che abita fuori dal caos metropolitano per godersi appieno la tranquillità agreste in paesaggi arificiali simili a scenografie da telefilm.
Il piccolo borghese arricchito non si sente del tutto realizzato se non possiede una di queste fantastiche villette accessoriate da auto abnormi parcheggiate nel garage.
Il trionfo del cattivo gusto!!

Come fare a migliorare questa situazione?
Come possiamo fare a ritrasformare in luoghi questi territori?
Nel libro "Metropoli Piccole" Barbieri vede la soluzione nel Progetto.
Progetto inteso più come Processo definito dal dialogo di più soggetti apportanti idee e significati differenti che sovrapponendosi tra loro ridefiniscono e contribuiscono a creare nuove forme per il territorio.
La progettazione dovrebbe essere suddivisa in due gruppi: un primo che lavori su Macro-scala e che definisca i caratteri essenziali, una sorta di progetto-guida per passare alla seconda fase su Micro-scala rappresentante il vero e proprio progetto fisico.
Non una pianificazione alla vecchia maniera, rigida impostata su norme e su divieti ma una progettazione propositiva e flessibile capace di adattarsi alla situazione specifica.
Un progetto architettonico più che urbanistico, in quanto è proprio l'architettura l'arte capace di plasmare gli spazi secondo principi estetico-funzionali.
Per fare questo bisogna che gli architetti mutino il loro modo di lavorare: più che architetti dovrebbero diventare manager capaci di concertare e supervisionare una moltitudine di fattori.
L'edificio non diviene che una piccola parte del processo, è il segno fisico portatore di un idea.
Il progetto si definisce in uno spazio allargato che supera le bariere dei muri per espandersi andando a coinvolgere tutto il territorio per ridefinirne i caratteri.
Come nella Land Art il paesaggio diviene materiale con cui lavorare al pari dei materiali edili; diviene soggetto, non più oggetto immobile da ammirare, deve essere modificato per permettere di estrappolarne i contenuti, le sue matrici storiche.
Solo in questo modo gli individui potranno, riappropriandosi dei propri luoghi, ad affermare le loro identità uscendo dal qualunquismo.
Nemmeno una di queste caratteristiche è presente in questi "non luoghi", la standarizzazione è il cavallo vincente e l'individualismo regna sovrano.
Sogni di democrazia rappresentati da colonnine, nani, archetti e giardini con tanto di barbeque.
Copie di quella illusione americana della "Happy Family" che abita fuori dal caos metropolitano per godersi appieno la tranquillità agreste in paesaggi arificiali simili a scenografie da telefilm.
Il piccolo borghese arricchito non si sente del tutto realizzato se non possiede una di queste fantastiche villette accessoriate da auto abnormi parcheggiate nel garage.
Il trionfo del cattivo gusto!!

Come fare a migliorare questa situazione?
Come possiamo fare a ritrasformare in luoghi questi territori?
Nel libro "Metropoli Piccole" Barbieri vede la soluzione nel Progetto.
Progetto inteso più come Processo definito dal dialogo di più soggetti apportanti idee e significati differenti che sovrapponendosi tra loro ridefiniscono e contribuiscono a creare nuove forme per il territorio.
La progettazione dovrebbe essere suddivisa in due gruppi: un primo che lavori su Macro-scala e che definisca i caratteri essenziali, una sorta di progetto-guida per passare alla seconda fase su Micro-scala rappresentante il vero e proprio progetto fisico.
Non una pianificazione alla vecchia maniera, rigida impostata su norme e su divieti ma una progettazione propositiva e flessibile capace di adattarsi alla situazione specifica.
Un progetto architettonico più che urbanistico, in quanto è proprio l'architettura l'arte capace di plasmare gli spazi secondo principi estetico-funzionali.
Per fare questo bisogna che gli architetti mutino il loro modo di lavorare: più che architetti dovrebbero diventare manager capaci di concertare e supervisionare una moltitudine di fattori.
L'edificio non diviene che una piccola parte del processo, è il segno fisico portatore di un idea.
Il progetto si definisce in uno spazio allargato che supera le bariere dei muri per espandersi andando a coinvolgere tutto il territorio per ridefinirne i caratteri.
Come nella Land Art il paesaggio diviene materiale con cui lavorare al pari dei materiali edili; diviene soggetto, non più oggetto immobile da ammirare, deve essere modificato per permettere di estrappolarne i contenuti, le sue matrici storiche.
Solo in questo modo gli individui potranno, riappropriandosi dei propri luoghi, ad affermare le loro identità uscendo dal qualunquismo.

0 commenti:
Posta un commento